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Oggi più di ieri
 

 
...la comunione con Dio rivestiva grande importanza, mentre gli evangelici di oggi la considerano una piccola cosa. I puritani si preoccupavano della comunione con Dio in modo diverso dal nostro. La nostra scarsa considerazione di questo argomento si misura da quanto poco ne parliamo. Quando i cristiani si incontrano parlano del loro impegno e dei loro interessi cristiani, delle loro conoscenze cristiane, della condizione della chiesa e dei problemi teologici, ma raramente discutono della loro quotidiana esperienza con Dio... (J. I. Packer, A Quest for Godliness.)

Packer, noto teologo canadese contemporaneo (22/07/1926 - 17/07/2020), ricordando come si conducevano i fratelli di qualche secolo fa, noti per la loro devozione e purezza di cuore, ma tanto perseguitati e calunniati e per questo chiamati con scherno “puritani”, pone una sorta di confronto e nota una differenza tanto sottile quanto importante: gli evangelici di oggi hanno dimenticato quanto sia importante la ricerca costante di Dio.
Parlano di tutto quello che è inerente al Regno dei Cieli ma trascurano l’esigenza che un credente ha di ricercare continuamente il Signore. Ovviamente il confronto è fra puritani di ieri e di oggi perché con la rimanenza questo confronto è inammissibile.
Magari oggi i credenti incontrandosi avessero in cuore di discutere del loro impegno nell’opera, o di questioni teologiche o semplicemente scritturali.
Noto che il primo interesse che nutrono, al contrario di conoscere Cristo, (non occorre perché l’ho già accettato come mio Signore e salvatore), è la necessità di ricevere dal cielo la soluzione ad ogni problema e difficoltà, sia questa di natura familiare, lavorativa, salutare. Anzi a dire il vero, questi tre bisogni se non perfettamente ricevuti sembrano essere la prova della mancata grazia di Dio, per non parlare poi dello scoraggiamento che producono.
 
Si organizzano spesso serate dove ci si siede a tavola per mangiare e bere, si permette la crescita della comunione fraterna, (cosa di grande valenza agli occhi del Signore), ma si lascia fuori lo stesso Signore che ha insegnato l’Agape cioè amore fraterno smisurato e disinteressato, infatti di Lui in quelle occasioni si dice poco se non nulla.
Ricordo che un giorno invitai i fratelli a celebrare la Cena del Signore senza usare simbologie quali pane azzimo e vino rosso ma rifacendoci alla Scrittura cercando di imitare il più possibile, in memoria di Cristo, la sera in cui il Signore diede questa ordinazione. Non diedi vincoli particolari, tranne ovviamente quello di accostarsi degnamente alla Cena del Signore, proibì soltanto di parlare di cose non inerenti al Regno dei Cieli, così quella sera, tutti coloro che si accostarono alla Cena parlarono solo di Gesù, di quanta grazia aveva avuto di loro, delle esperienze fatte con Lui e anche di qualche problema con il quale oggi la Chiesa si trova a combattere, il tutto suscitò molto entusiasmo e gioia.
Dopo qualche tempo, rifatta la stessa cosa, notai mio malgrado che molti avevano difficoltà a parlare “solo” delle cose del Signore, non avevano argomenti non potevano ripetere le stesse cose, pertanto i discorsi si spostavano nelle cose di tutti i giorni e anche se li invitavo a cambiare argomentazione osservai che comunque la difficoltà era reale.
Dopo quella esperienza si è tornati all’uso dei simboli per celebrare la Sua Cena, nessuno ha più chiesto di ripeterla.
Anche se predichiamo che è di estrema importanza crescere nella conoscenza di Cristo pochi si sforzano realmente, pochi sono disposti a “scavare”, è una fatica, è ovvio, già è difficile affrontare le difficoltà quotidiane figuriamoci se seguire il Signore dovesse implicare altra fatica infondo Gesù è amore……
 
 
…questi non fanno parte della fede autentica, appartengono ad un’altra religione…(cit. John Owen).
 
 
In tutto questo mi rendo conto che tutti abbiamo almeno una colpa.
Per anni ed ancora seguitano, molti hanno predicato il proprio ventre generando credenti che hanno conosciuto Gesù ma sono cresciuti dipendendo da loro, pertanto tolto l’dolo rimane il vuoto e lo si evince nella difficoltà manifestata da alcuni nel lasciare ambienti diventati ormai di “altra religione”, oltre questo, per anni hanno avuto una “figura paterna”, che gli diceva “non temere va tutto bene vedrai che tutto si sistema”, così non avendo mai lottato, sono privi di forza, di fede, di speranza.
Hanno dato del cibo inquinato per così tanto tempo che oggi alcuni hanno difficoltà a capire perché un credente sposato non può risposarsi, vanno a destra e sinistra ad ascoltare predicatori di tutti i generi e ad alcuni sento pure dire “quel tale ha una buona predicazione”, no che non ci sia più chi predica l’evangelo, anzi grazie al Signore ci sono ancora Suoi Ministri che parlano nel nome di Gesù senza temere nulla e nessuno, ma ascolto “quei tali”, per curiosità, hanno detto che predica in maniera edificante, e mi accorgo che non sanno distinguere il sacro dal profano, non hanno discernimento.
Ricordo che durante il lockdown, un fratello mi chiamò meravigliato chiedendomi se davvero nel Vecchio Testamento agli uomini era concesso di avere più mogli perché se aveva letto bene e così era, allora aveva capito dove alcuni prendevano dalla Bibbia per confermare le seconde nozze.
La cosa sconcertante era che il fratello, costretto a casa, aveva iniziato a leggere il Vecchio Testamento, cosa mai fatta prima malgrado gli abbondanti anni di fede, ed era venuto a conoscenza della verità che non solo non aveva mai letto, ma non ne aveva mai sentito predicare almeno non con quella insistenza che occorre per far comprendere la Sua Parola al Suo popolo.
Ecco perché il popolo del Signore parla poco del Signore, perché ha poco nel cuore perché poco è stato messo.
Allora oggi più di ieri abbiamo necessità di prenderci cura di loro, sopportando quanto più possibile al fine di sposarli a Cristo.
I pulpiti devono tornare al Signore e per tornare al Signore occorre trovarlo, occorre afferrarlo, occorre non avere dolore per i perduti, a che serve se il cuore non sanguina al tormento “ho aperto al mio diletto, ma il mio diletto si era ritirato e se n’era andato. Il mio cuore veniva meno mentre egli parlava. L’ho cercato, ma non l’ho trovato; l’ho chiamato, ma non mi ha risposto” e che ci fa dire “Io vi scongiuro, o figlie di Gerusalemme, se trovate il mio diletto, che gli direte? Ditegli che sono malata d’amore”.
Dopo avere inclinato il nostro cuore allo Sposo allora la sofferenza per i perduti ha un senso, una valenza, una giusta comprensione di una smisurata necessità di grazia che il cielo non negherà perché mai ha resistito al peggiore dei peccatori che riconosciuto il proprio peccato si pente e piange davanti a Lui.
 
Dio abbia misericordia e ci sostenga.
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